Questa è la storia di uno sguardo...
forse non solo uno, ma probablilmente non più di una decina nell'arco di una vita.
A meno di non essere proprio fortunati.
Che poi non so nemmeno se sia una fortuna...
È la storia di uno sguardo che si può quasi toccare. Lo senti fisicamente sulla pupilla, brilla, sfavilla, sfarfalla. Riesci quasi a tangere la congiunzione tra gli occhi, come se fosse un fascio di luce.
Tuttavia il tempo non da tregua, neppure agli sguardi.
Ci si mette pure l'anatomia umana, con il suo costringerci a sbattere le palpebre.
Un millesimo di secondo e tutte le farfalle di luce volano via.
Ma se lo sguardo è quello sguardo, il protagonista di questa storia, se è proprio lui, allora...
allora le tue palpebre altro non sono che il diaframma di una macchina fotografica. E le tue pupille la pellicola. Da qualche parte, tra la bocca dello stomaco, il tuo cuore, la gola e ovviamente il tuo nervo ottico, questa pellicola viene sviluppata e la foto stampata.
Come una vecchia foto che cambia colore senza però sbiadire, il nostro sguardo appare quando meno te lo aspetti dal doppio fondo di un cassetto.
Forse non sapevi nemmeno più di averlo messo lì, forse invece ce lo avevi nascosto nella speranza di dimenticartene, o di scaldartici l'anima in una serata di solitudine.
Lui, invece, appare dispettoso quando meno te lo aspetti, quando leggi brani di un libro troppo complicato, intricato ed intrigante, eccitante, coinvolgente.
Appare quando guardi il mondo da dietro l'obbiettivo della tua Nikon o quando semplicemente siedi annoiata sui sedili di plastica della U-Bahn.
Continua a distanza di mesi o forse anni a sconvolgerti, a chiuderti la bocca dello stomaco, o a fartelo formicolare...
"Perchè è possibile vincere la forza di gravità, ma non la forza di repulsione che l'anima esercita quando vede un'altra anima avvicinarsi ed esporsi"
(D. Grossmann - Che tu sia per me il coltello)
